Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/163

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sull’altra, e simiglianti. Per opera poi dell’uomo si può fare, che gli acini dell’uva non contengano noccioli, che un medesimo gambo di vite porti uva nera e bianca, e va dicendo. Chiude il libro con alcune notizie intorno alle malattie delle piante, tra le quali la scabie del fico, la melata, la tuberosità, la gangrena; nè lascia di avvertire come le piante urbane e domestiche più facilmente ammalino delle selvatiche. Dei quali malori ricercando le cause crede di trovarle nell’eccesso del freddo e del caldo, nell’azione dei venti, delle pioggie, delle brine, nelle esalazioni malefiche del suolo, nella cattiva qualità dell’alimento. Discorre per ultimo della morte delle piante, sia di quella che avviene per vecchiaja, così portando la ineluttabile legge di natura, sia della accidentale, che sogliono loro cagionare estrinseche circostanze. Ne qui gli sfugge il fatto notabilissimo, che quelle piante hanno più breve la vita, che più largamente fruttificano. Il sesto libro incomincia con una filosofica discussione su ciò che sia odore e sapore. Combatte l’opinione di Democrito, che voleva derivare le differenti qualità degli odori e dei sapori dalla diversa figura e disposizione degli atomi, e tiene per contrario doversene cercar la causa nelle relazioni diverse del secco e dell’umido, dei freddo e del caldo. Vuole che ciascuna pianta abbia un suo particolare sapore, più manifesto nei frutti acerbi, meno nei maturi, scarso o mancante al tutto nelle parti umide e disseccate. Avverte il fatto verissimo, che