Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/166

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ne descrive alcuna per minuto, ma le distingue con sì acconci epiteti, che senza difficoltà le possiamo riconoscere. A scansamento tuttavia di inutili ripetizioni stimo bene di passarle in silenzio, dappoichè ricorrendo quelle piante medesime nei divini carmi di Virgilio, mi porgeranno questi occasione di tutte quasi nominarle quando si toccherà degli studii nostri appo i Romani.


Dopo la morte di Teofrasto scienze e lettere in poco d’ora vennero così al basso in quel continuo tralignare dell’ellenica schiatta, che vuoi nella Grecia propriamente detta, vuoi ad Alessandria di Egitto, in quel grande asilo aperto alla greca coltura dalla sapiente munificenza dei Lagidi, non troveresti per avventura più un dotto naturalista, che si possa dire successore non indegno a quei poderosi ingegni degli Aristotili e dei Teofrasti, dopo i quali, quasi esitiamo a ricordare i nomi sì poco eloquenti di un Attalo Re di Pergamo, di un Archelao, di Mitridate, Nicandro, e talun altro menzionati da Varrone, da Columella, da Plinio, tanta più, che se dritto stimi, piuttosto medici e agronomi li chiamerai, che botanici nel vero e generico senso della parola. Ben presto pur quel poco riflesso della splendida civiltà greca doveva venir meno in Egitto per rifolgorare più possente in Roma, dove il traevano i fatti del mondo. E colà pure ci affrettiamo a seguirlo, che troppa vergogna sa-