Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/223

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libro iii - capitolo vi
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egli può giustamente riputarsi qualche cosa piú; ma però ancora minore dello scrittore ch’egli ha fra le mani, e delle descritte cose; e quindi egli è nato soltanto per leggere, e pensare da sé; ma se egli, in vece della semplice maraviglia, si sente a quella lettura accendere nel cuore come da improvvisa saetta un certo sdegno generoso e magnanimo, che in nulla sia figlio d’invidia, e che pure denoti assai piú che emulazione; costui chiuda il libro, si faccia libero, se tale ei non è, che egli ben merita d’esserlo; e scriva costui, e non imiti, ch’ei sará grande e imitato. Questa nobile ira non può nascere, se non da un tacito e vivissimo sentimento delle proprie forze, che a quel tratto di sublime si sviluppa e sprigiona dalle piú intime falde dell’animo: ella è questa la superba e divina febbre dell’ingegno e del cuore, dalla quale sola può nascere il vero bello ed il grande. È questa quell’ira, che in ogni midollo d’Alessandro scorrea, nel solo udir profferir il nome di Achille; è questa quell’ira che bolliva in petto di Cesare all’udir di Alessandro; in quel di Temistocle nel vedere i trofei di Milziade; in quello di Cicerone nel legger Demostene. E cosí ogni grande che è nato per fare, alla semplice vista di chi fatto ha, rabbrividire si sente.

Ad uomo di cosí alto animo non v’ha protezione al mondo, che nuocere non gli debba; perché non gli può venir mai se non da un uomo assai minore di lui; nessun favore gli è necessario; perché nessuno può accenderlo mai quanto il suo proprio impulso naturale; pochissimi ostacoli impedire lo possono, ove egli abbia superato i primi; perché chi lo spinge è sempre piú forte di chi lo ritrae.

Ai pochi simili potrá forse piacere e giovare questo libercoletto, quale ch’ei sia; imparandovi essi a conoscere, sentire e apprezzare se stessi ed altrui.