Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/129

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atto primo 123

Eteoc. E ch’altro bramo, e ch’altro spero, e ch’altro

sospiro io piú, che col fratel venirne
all’arme io stesso? In me quest’odio è antico
quanto mia vita; e assai piú ch’essa io ’l curo.
Creon. Tua vita? oh! nol sai tu? nostra è tua vita.
Non ha il valore, è ver, piú nobil seggio,
che il cor d’un re: ma, ai tradimenti opporre
schietto valor dovrai? non è costui
traditor forse? in Tebe oggi che il mena?
Col brando in pugno, a che parlar di pace?
A che nomar la madre? egli a sedurla
vien forse; e giá l’empia sorella è sua...
gran macchinar vegg’io. — Deh! tante fraudi
non preverrai?
Eteoc.  Non dubitare: a danno
di lui l’indugio tornerá. S’ei vive,
grado ne sappia al fuggir suo: non volli
fidar sua morte ad altro braccio; al mio
dovuta ell’è. Qual ira, entro quel petto
ferir può addentro, quanto l’ira mia?
Creon. L’odio tuo immenso alla certezza or ceda
di piú intera vendetta.
Eteoc.  I piú palesi,
i piú feroci, i piú funesti mezzi,
piacciono soli a me.
Creon.  Ti è forza pure
i piú ascosi adoprar. Possente in armi
sta Polinice...
Eteoc.  Ha i suoi guerrier pur Tebe.
Creon. Hanne Adrasto piú assai. Giunge la guerra
ratta, pur troppo: ah! noi morir, non altro,
possiam per te.
Eteoc.  Ma, di guerrier che parlo?
Uno è il fratello, ed un son io.
Creon.  Lusinga
hai di sfidarlo? A lui la madre intorno,