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172 antigone

che a me si aspetta; e l’otterrò: sorella

non può a sposa negarla. — Unico nostro
figlio, ecco il don, ch’io ti riporto in Argo;
ecco il retaggio tuo; l’urna del padre! —
Ma dove, incauta, il mio dolor mi mena?
Argiva son, sto in Tebe, e nol rimembro? —
L’ora aspettar, che Antigon’esca... E come
ravviserolla?... E s’io son vista?... Oh cielo!...
Or comincio a tremar;... qui sola... Oh!... parmi,
che alcun si appressi: Oimè!... che dir? qual arte?
... Mi asconderò.


SCENA SECONDA

Antigone.

  — Queta è la reggia; oscura

la notte: or via; si vada... E che? vacilla
il core? il piè, mal ferme l’orme imprime?
Tremo? perché? donde il terrore? imprendo
forse un delitto?... o morir forse io temo? —
Ah! temo io sol di non compier la impresa.
O Polinice, o fratel mio, finora
pianto invano... — Passò stagion del pianto;
tempo è d’oprar: me del mio sesso io sento
fatta maggiore: ad onta oggi del crudo
Creonte, avrai da me il vietato rogo;
l’esequie estreme, o la mia vita, avrai. —
Notte, o tu, che regnar dovresti eterna
in questa terra d’ogni luce indegna,
del tuo piú denso orrido vel ti ammanta,
per favorir l’alto disegno mio.
De’ satelliti regj al vigil guardo
sottrammi; io spero in te. — Numi, se voi
espressamente non giuraste, in Tebe
nulla opra mai pietosa a fin doversi