Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/250

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244 virginia

Marco  La plebe a ribellar piú pronta,

piú accesa mai vedesti?
Appio  Altro non vidi,
fuor che Virginia; e mia sará. — Ch’io tremi,
vuoi dirmi forse? e ad Appio osi tu dirlo?
Chi la plebe temesse, arbitro fora
d’essa giammai? Temporeggiar nel primo,
e prevenire il suo furor secondo;
sempre impavido aspetto; amaramente
brevi lusinghe a minacciosi detti
irle mescendo: ecco i gran mezzi, ond’io
son ciò ch’io sono; e piú ch’uom mai quí fosse
farommi.
Marco  Invano, finché Icilio vive,
gli atterrisci, o seduci. In lui, nel suo
caldo parlar, nel tribunizio ardire
trovan, membrando i loro prischi dritti,
esca possente a non estinto foco,
che nei petti giá liberi ribolle.
Appio Fin ch’altro a far mi resta, Icilio viva.
Di sofferenza giova anco talvolta
far pompa: Icilio viva, e il popol vegga,
che poco ei può contr’Appio. In odio, e sprezzo
cangiar vedrai dalla volubil plebe
il suo timido amor: d’Icilio a danno
torneran l’armi sue; di sua rovina
primo stromento fia la plebe stessa.
Marco Ma, il tornar di Virginio, oh quanto aggiunge
ardimento alla plebe, a Icilio forza!...
Appio Ma, il tornar di Virginio;... e che?... tu il credi? —
Vieni, e saprai, come, ottenuto il tempo,
non manca ad Appio a ben usarlo ingegno.