Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/291

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atto primo 285

al re dei re?

Cliten.  Ma, e chi son io? Di Leda
non son io figlia, e d’Elena sorella?
Un sangne stesso entro mie vene scorre.
Voler d’irati Numi, ignota forza
mal mio grado mi tragge...
Elet.  Elena chiami
ancor sorella? Or, se tu il vuoi, somiglia
Elena dunque: ma di lei piú rea
non farti almeno. Ella tradia il marito,
ma un figlio non avea: fuggí; ma il trono
non tolse al proprio sangue. E tu, porresti,
non pur te stessa, ma lo scettro, i figli,
nelle man d’un Egisto?
Cliten.  Ove d’Atride
priva il destin pur mi volesse, o figlia,
non creder giá che Oreste mio del seggio
privar potessi. Egisto, a me consorte,
re non saria perciò; saria d’Oreste
un nuovo padre, un difensore...
Elet.  Ei fora
un rio tiranno; dell’inerme Oreste
nemico; e forse (ahi, che in pensarlo agghiaccio!)
l’uccisor ne sarebbe. O madre, il figlio
affideresti a chi ne ambisce il trono?
Affideresti di Tieste al figlio
il nepote d’Atréo?... Ma, invano io varco
teco il confin del filíal rispetto.
Giova a entrambe sperar, che vive Atride;
il cor mel dice. Ogni men alta fiamma
fia spenta in te, solo in vederlo: ed io,
qual figlia il dee pietosa, in petto sempre
premer ti giuro l’importante arcano.
Cliten. Ahi me infelice! Or ne’ tuoi detti il vero
ben mi traluce: ma sí breve un lampo
di ragion splende agli occhi miei, ch’io tremo.