Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/364

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
358 oreste

Egisto  Donna, or qual novella

ira è la tua? Cotanto ami l’estinto
figlio, cui vivo rammentavi appena?
Cliten. Che parli tu? mai non cessava io, mai,
di esser madre d’Oreste: e se talvolta
l’amor di madre io tacqui, amor materno
mi vi sforzava. Io ti dicea, che il figlio
men caro era al mio cor, sol perch’ei meno
alle ascose tue insidie esposto fosse.
Or ch’egli è spento, or piú non fingo; e sappi,
che m’era e ognor caro sarammi Oreste
piú assai di te...
Egisto  Poco tu di’. Piú caro
io ti fui che tua fama: onde...
Cliten.  La fama
di chi al fianco ti sta nomar non dessi.
La mia fama, il mio sposo, la mia pace,
ed il mio figlio unico amato, (tranne
la sola vita sua) tutto a te diedi.
Tu da feroce ambizíon di regno,
tu, da vendetta orribile guidato,
quant’io ti dava, un nulla reputavi,
finch’altro a tor ti rimanea. Chi vide
sí doppio core, e sí crudele a un tempo?
A quell’amor tuo rio, che mal fingevi,
ch’io credeva in mal punto, ostacol forse,
ostacol, dimmi, era il fanciullo Oreste?
Eppur moriva Agamennone appena,
che tu del figlio ad alta voce il sangue
chiedevi giá. Tu, smanioso, tutta
ricercavi la reggia: allor quel ferro,
che non avresti osato mai nel padre
vibrar tu stesso, tu il brandivi allora;
prode eri allor contro un fanciullo inerme.
Ei fu sottratto alla tua rabbia: appieno,
ti conobb’io quel dí; ma tardi troppo.
Misero figlio! E che giovò il sottrarti