Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/294

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
288 bruto secondo
e con lei tutti i cittadin veraci

cadono; o vince, e annichiliti spersi
sono, o cangiati, i rei. Cesare forse
la vittoria allacciò? sconfitto ei venga
solo una volta; e la sua stessa plebe,
convinta che invincibile ei non era,
conoscerallo allora; a un grido allora
tutti ardiran tiranno empio nomarlo,
e come tal proscriverlo.
Cassio  Proscritto
perché non pria da noi? Da un popol vile
tal sentenza aspettiam, qualor noi darla,
quando eseguirla il possiam noi primieri?
Fin che ad arbitrio nostro, a Roma in mezzo,
entro a sue case, infra il senato istesso,
possiam combatter Cesare, e compiuta
noi riportarne palma; in campo, a costo
di tante vite della sua men empie,
a pugna iniqua ei provocar dovrassi,
e forse per non vincerlo? Ove un brando,
questo mio solo, e la indomabil ira
che snodar mel fará, bastano, e troppo
fiano, a troncar quella sprezzabil vita,
che Roma or tutta indegnamente in pianto
tiene allacciata e serva; ove non altro
a trucidar qual sia il tiranno vuolsi,
che solo un brando, ed un Roman che il tratti;
perché, perché, tanti adoprarne? — Ah! segga
altri a consiglio, e ponderi, e discúta,
e ondeggi, e indugi, infin che manchi il tempo:
io tra i mezzi il miglior stimo il piú breve:
or piú, di tanto, che il piú breve a un tratto
fia ’l piú ardito, il piú nobile, il piú certo.
Degno è di Roma il trucidar quest’uno
apertamente; e di morir pur merta,
di man di Cassio, Cesare. All’altrui