Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/317

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atto quarto 311
Cassio  È d’ambo degna

è la gran donna.
Cimbro  Ah! cosí stata il fosse
anco Servilia!
Bruto  Ella, in sereno e forte
volto, bench’egra giaccia or da piú giorni,
me turbato raccoglie. Anzi ch’io parli,
dice ella a me: «Bruto, gran cose in petto
«da lungo tempo ascondi; ardir non ebbi
«di domandarten mai, fin che a feroce
«prova, ma certa, il mio coraggio appieno
«non ebbi io stessa conosciuto. Or, mira;
«donna non sono». E in cosí dir, cadersi
lascia del manto il lembo, e a me discuopre
larga orribile piaga a sommo il fianco.
Quindi soggiunge: «Questa immensa piaga,
«con questo stil, da questa mano, è fatta,
«or son piú giorni: a te taciuta sempre,
«e imperturbabilmente sopportata
«dal mio cor, benché infermo il corpo giaccia;
«degna al fin, s’io non erro, questa piaga
«fammi e d’udire, e di tacer, gli arcani
«di Bruto mio».
Cimbro  Qual donna!
Cassio  A lei qual puossi
uom pareggiare?
Bruto  A lei davante io quindi,
quasi a mio tutelar Genio sublime,
prostrato caddi, a una tal vista; e muto,
piangente, immoto, attonito, mi stava. —
Ripresa poscia la favella, io tutte
l’aspre tempeste del mio cor le narro.
Piange al mio pianger ella; ma il suo pianto
non è di donna, è di Romano. Il solo
fato avverso ella incolpa: e in darmi forse
lo abbraccio estremo, osa membrarmi ancora,