Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. III, 1947 – BEIC 1728689.djvu/318

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312 bruto secondo
ch’io di Roma son figlio, a Porzia sposo,

e ch’io Bruto mi appello. — Ah! né un istante
mai non diedi all’oblio tai nomi, mai:
e a giurarvelo, vengo. — Altro non volli,
che del mio stato orribile accennarvi
la minor parte; e d’amistá fu sfogo
quant’io finora dissi. — Or, so; voi primi
convincer deggio, che da Roma tormi,
né il può natura stessa... Ma, il dolore,
il disperato dolor mio torrammi
poscia, pur troppo! e per sempre, a me stesso.
Cimbro Romani siamo, è ver; ma siamo a un tempo
uomini; il non sentirne affetto alcuno,
ferocia in noi stupida fora... Oh Bruto!...
Il tuo parlar strappa a me pure il pianto.
Cassio Sentir dobbiam tutti gli umani affetti;
ma, innanzi a quello della patria oppressa,
strazíata, e morente, taccion tutti:
o, se pur parlan, l’ascoltargli a ogni uomo,
fuor che a Bruto, si dona.
Bruto  In reputarmi
piú forte e grande ch’io nol son, me grande
e forte fai, piú ch’io per me nol fora. —
Cassio, ecco omai rasciutto ho il ciglio appieno. —
Giá si appressan le tenebre: il gran giorno
doman sará. Tutto di nuovo io giuro,
quanto è fra noi giá risoluto. Io poso
del tutto in voi; posate in me: null’altro
chieggo da voi, fuor che aspettiate il cenno
da me soltanto.
Cassio  Ah! dei Romani il primo
davver sei tu. — Ma, chi mai vien?...
Cimbro  Che veggio?
Antonio!
Bruto  A me Cesare or certo il manda.
State; e ci udite.