Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie postume, 1947 – BEIC 1726528.djvu/188

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Né, finalmente, da chi sa di quest’arte si potrá dire che il presente poema somigli alla Greca tragedia, nella quale la melodia de’ Cori vi si trova frammista in maniera da farla giustamente chiamare Melo-tragedia; titolo che per essere sano e ragionevole, mal si converrebbe alla mia, che tutta è sragionevole forse, e stravagante per certo. Nella Tragedia Greca vi ha anche alcun luogo il mirabile; ma con unitá stretta di luogo, e di tempo, e d’azione: i Cori vi sono cantati da personaggi non fantastici, i quali poi anche recitano in versi giambi, e dialogizzano coi personaggi Eroici, e sono di continuo innestati in ogni atto di essa. Al contrario in questa mia i personaggi cantanti e fantastici rimangono quasi totalmente separati dai tragici; e benché tutte due queste specie diverse operino per lo stesso fine, elle operano per lo piú ciascuna da se; nel modo appunto, in cui ne’ poemi epici le macchine celesti concertano separatamente fra loro quelle operazioni soprannaturali, che poi influiranno per mezzi straordinarj su le azioni degli eroi.

Opera-tragedia sarebbe dunque il vocabolo che piú esattamente verrebbe a deffinire una Tragedia mista di melodia e di mirabile, qual è questa. Io perciò, volendole dar un titolo che dignitosamente spiegasse la cosa, ho intarsiata la parola melo nella parola tragedia, in maniera ch’ella non ne guastasse la terminazione, non badando alla radice del nome. Che se badato ci avessi, non avrei certamente spaccato in due il τραγος, temendo che i pedanti non me ne lasciassero poi giustamente le corna: ma ho voluto che la stravagante parola a bella prima interpretasse la stravagante intenzione dell’autore di voler innestare nella Tragedia la Cantata Epica, senza pur togliere massimamente al quint’atto la totalitá del tragico effetto. Ma io stesso sarò il primo a riconoscere questo genere (ove pur genere sia) per mostruoso, e da non dover mai trovar luogo in alcuna sana poetica. Mi si dirá: perché dunque inventarlo, e valersene? Ed ecco, mi appresto a dare anche di questo ragione.

La stolta e puerile vanitá di voler essere riputato l’inventore di un nuovo genere drammatico, non fu certamente il motivo che a questo m’indusse. Troppo ben m’era noto, che la vera palma letteraria si acquista col perfettamente eseguire nei generi di giá ritrovati; e non mai coll’inventarne, peggiorando, dei nuovi. Ma siccome io stava scrivendo in lingua Italiana, e per gl’Italiani, non poteva in tutto interamente prescindere dagli usi ed abusi, e pen-