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192 vittorio alfieri


Così gridava con tremula voce,
Nulla fidando in sè, poco in altrui:
Ch’ogni tiranno sa che a troppi ei nuoce,
Perch’abbia alcuno a perder sè per lui.
Ma ad atterrarsi Arrigo è sì veloce,
E sì umile a baciare i piedi sui,
Giungendo alte le man supplice in atto,
Che il sir dal fiero dubbio ha quasi tratto.

Dagli atti poscia ai detti viene; e chiaro,
Quanto si può per lui più umilemente,
Gli narra il tutto; e giura indi sì caro
Avere il suo signor, sì caldamente,
Che ogni uom dell’arti delle corti ignaro
Stimar forse potria che in ciò non mente.
Pur se avvien mai che amato un re si estime,
Ne ha colpa ei che in ogni uomo il ver comprime.

Ne ha colpa ei solo; il danno ei sol ne avesse!
Ma de’ suoi falli ognor la pena è nostra.
Fede intera il tiranno al fin concesse
All’affetto di cui fe Arrigo mostra.
Nè di menzogne appien suoi detti intesse
Costui, che il latte nella regia chiostra
Bevve; e, se il sir non ama, hanne il timore,
Ch’infra quei vili pur si noma amore.

Il prence in sè tutto rïentra allora:
Le voci gli atti e le superbe ciglia,
Cui viltà sbaldanzite avea finora,
Con l’alta usata maestà ripiglia:
E in suon di re gli impon che alla terz’ora
La turba, a cui talvolta ei si consiglia
(Glorïoso senato, altera greggia!),
Sollecita s’aduni entro la reggia.

Soleano allor, nè antico tanto è l’uso
Che non sen vegga ai nostri dì vestigi,
Soleano i re quel gran saper, che infuso,
Ha in essi il ciel, talvolta esporre ai ligi
Schiavi lor scelti: e qual, se il labro ha schiuso
Giove a giurar pe’ gorghi orrendi Stigi,
Trema la terra, il ciel, l’onda e l’abisso,
Tremava ognuno al proprio scanno affisso.