Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/143

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sesta 121

Giudica or tu, se puoi, qual turbin denso
     Di pene eguale al tempestar marino
     579Con acerbo l’assalse impeto intenso.
Sappi, che a morte fu quel cor vicino,
     Cui spada sì crudel le fibre infranse;
     582Che fu sommo il dolor, perchè divino.
E tu, se pietà vera il duro franse
     Vincol de’ falli tuoi, bacia devoto
     585La spada, e adora in lei quella che pianse.
Poiché l’Angelo appien pago il mio voto
     Rese, l’ordin svelando atroce e scabro
     588Di sì gran lutto agli occhi umani ignoto,
Appressò al labro mio la spada, e il labro
     Ne toccò appena il fil tagliente e crudo,
     591Temprato a doglia dall’eterno Fabro,
Chè nè il loco, o la Diva a me fé’ scudo
     Contro all’immenso affanno, e caddi, e svenni,
     594Qual cade a terra un Uom di vita nudo.
Ben fu dono del Ciel, ch’io non divenni
     Cadaver freddo, e fra cotanta asprezza
     597A pascer le vitali aure io rivenni.
Ma d’allor nacque in me una fonte avvezza
     Perpetuo ad isgorgare umor pietoso
     600«Dal cor pien d’amarissima dolcezza.
Mentre i miei primi uscìan dal sen doglioso
     Segni di lutto, un’Alma il canto sciolse
     603Fra quelle or ora ascese al gran riposo,
E gridò: Gloria a Lui, che in gaudio volse
     Le nostre pene, e col suo Sangue sacro
     606Que’, che il fallo annodò, ceppi ne tolse.
E tu, che al suo morir festi lavacro
     Di lagrime divine i lumi tuoi,
     609Odi i caldi, che a te voti consacro: