Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/196

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174 visione

Al terminar delle pie voci un rado
     Nuvol l’obbietto ombrò sì, che il perdei
     276Fra la caligin sorta a grado a grado;
E poi che penetrar più non potei
     Al Tempio, l’appannata aria tentando,
     279Volsi agli armati campi i lumi miei.
Nè in atto di pugnar vidi un sol brando,
     Benché libero agli occhi il varco io diedi;
     282Ma il Duce mi guatò bieco gridando:
Tu, che sì neghi a me fede, che vedi?
     Nulla, diss’io, che il gran cimento appresti;
     285Ed ei soggiunse: E perchè a me non credi?
Della battaglia Dio serba i funesti
     Principj all’Austro, e all’Aquilon tu miri?
     288Ritorna il guardo là donde il togliesti.
Muto, qual Uom, che in suo fallir sospiri,
     Rivolsi gli occhi; ed oh mirabil mostro!
     291La nube, che sembrò nebbia che giri,
Di ceruleo color dipinta e d’ostro
     Listato d’ombre nere alta levosse,
     294E la parte offuscò tutta dell’Ostro;
E dove il centro suo parea che fosse,
     Infra turbini orribili e fra lampi
     297Colla visiera alzata Angel si mosse,
Che si librò sovra gli aerei campi
     Scuotendo tromba di terribil suono;
     300Poi, dove avvien, che più la nube avvampi.
Uscì tal voce: Io, che son quel che sono,
     (Tremàro allor le selve, i monti, i piani,
     303E il turbo acceso ammutolissi e il tuono)
Parlo a te, che slegasti ai dì lontani
     I quattro Angeli avvinti entro l’Eufrate
     306Custodi dei confin Parti e Romani,