Pagina:Alfonso Varano - Opere scelte 1705-1788.djvu/195

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nona 173

E poi che in sé l’aura superna accolse,
     Che alla fervida prece impennò l’ale,
     243Tai detti, più che il labbro, il cor disciolse;
Dio di Pace e d’Amor, io Donna frale,
     Cui tu già désti negli aviti Regni
     246All’antico splendor lo scettro uguale,
Chieggio alla tua pietà, che non isdegni
     L’umil mio voto, e delle ostili squadre
     249A trionfar nel Nome tuo m’insegni;
Chè nulla o in generose opre, o in leggiadre
     Puote umano voler, se tu gli neghi
     252Lena e valor, che del valor sei padre.
Tu il vedi, e il sai, pria che ti porga i preghi,
     Qual rovinoso contra me torrente
     255D’armi dall’Aquilon crudo si sleghi.
Una feroce e formidabil gente,
     Che te invoca, e adorar poi te ricusa
     258Vero sotto il tuo vel Uom-Dio presente,
Me assale e turba. Già pria la delusa
     Dall’amistà Sassone Terra oppresse
     261Per l’escluso suo Re triste e confusa;
Or segue il suo feral corso, e le stesse
     Barbare guerre ne’ Boemi liti,
     264Che in preda al ferro usurpator elesse.
Tu, poiché avvien, che qui fra noi t’inviti
     Il tuo tenero Amor, nè prendi a schivo,
     267Che l'Uom te chiuso in mistic’ombra additi,
Sorgi, vendica te, vendica il divo
     Immenso Amor. Sappia fra i suoi furori.
     270Che tu m’ascolti entro quest’Ostia vivo,
Il popol fier, che scema a te gli onori
     Di tua Divinitade, e suo malgrado,
     273Se non l’Amor, almen lo sdegno adori.