Pagina:Algarotti - Il Newtonianismo per le dame, 1737.djvu/216

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204 'Dialogo Quinto.

co di quel fi tìnge, a cui ella è più vicina. Vedete te può la Verità con maggior treno di prove diieender dal Cielo.

Io era ben ardita, di(Te la Marche fa, di pensare ad una cofa, a cui il Signor Nevyton a penfato tanto- Come avrei potuto io mai trovare la iTienoma di quelle fperienze per facili e femplici, che pajasso? Voi trovate ben facilmente, r14 fpos* io, in contraccambio cofe, che avrebbon forfè dato di che penfare al Ftlofofo fteffo. A voi convien più di fapcre in qual dofe mefcolar bifogni inlìeme la fperanza, e il timore, le occhiate, e gli fdegni per non lafciar languire un* amorofa paffione, che in qual dofe bifogni mefcolar polveri di diverfo colore per aver del bianco; poiché il noftro Fiìofofc affinchè non avefte che defiderar da lui, i fperimentato anco quello; benché il bianco, che ne rimira ila ottufo, grigio, ed ofeuro fimile a quel della cenere, eflendo i colori di quelle polveri troppo imperfetti, c languidi rifpetto a que’ del prifma per lare un tei’ bianco vivo, e chiaro. Tuttavia fe una tale raefcolanza farà efpoiìa al Sole, colicene altro non il faccia che acc refe ere in lei la forza del lume, quel bianco ottufo, ed ofeuro diverrà lucido e chiaro, benché non uguaglieià mai il candor delia carta efpofla al mede Amo lume. Quindi nelle colorite tlampe, una delle belle invenzioni de’ noilri tempi, che con tre foli colori imitano perfettamente tutta la varietà della pitturala carta jfteffs è lafciata feoperca pei- li chiari forti, e bianchi, L’acqua agitata col fapons imo a tanto