Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/282

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276 la divina commedia

     «Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
102le belle mani a farmi una ghirlanda.
     Per piacermi a lo specchio, qui m’adorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
105dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
     Ell' è de’ suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’adornarmi con le mani;
108lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
     E giá per li splendori antelucani,
che tanto a’ pellegrin surgon piú grati,
111quanto, tornando, albergan men lontani,
     le tenebre fuggian da tutt’i lati,
e’l sonno mio con esse; ond’io leva’mi,
114veggendo i gran maestri giá levati.
     «Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
117oggi porrá in pace le tue fami».
     Virgilio inverso me queste cotali
parole usò, e mai non furo strenne
120che fosser di piacere a queste iguali:
     tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser su, ch’ad ogni passo poi
123al volo mi sentia crescer le penne.
     Come la scala tutta sotto noi
fu corsa, e fummo in su ’l grado superno,
126in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
     e disse: «Il temporal foco e l’eterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
129dov’io per me piú oltre non discerno.
     Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce:
132fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
     Vedi lo sol che in fronte ti riluce,
vedi l’erbetta, i fiori e li arbuscelli,
135che qui la terra sol da sé produce: