Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/290

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284 la divina commedia

     sotto ’l qual se devota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
30sentite prima e piú lunga fiata.
     Mentr’io m’andava tra tante primizie
de l’eterno piacer tutto sospeso,
33e disioso ancora a piú letizie,
     dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si fe ’l’aere sotto i verdi rami;
36e ’l dolce suon per canti era giá inteso.
     O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
39cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami:
     or convien che Elicona per me versi,
e Urania m’aiuti col suo coro
42forti cose a pensar mettere in versi.
     Poco piú oltre, sette alberi d’oro
falsava nel parere il lungo tratto
45del mezzo, ch’era ancor tra noi e loro;
     ma quand’i’ fui sí presso di lor fatto,
che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
48non perdea per distanza alcun suo atto,
     la virtú ch’a ragion discorso ammanna,
si com’elli eran candelabri apprese,
51e ne le voci del cantare ’ osanna ’.
     Di sopra fiammeggiava il bello arnese
piú chiaro assai che luna per sereno
54di mezza notte nel suo mezzo mese.
     Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispose
57con vista carca di stupor non meno.
     Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
che si movieno incontr’a noi sí tardi,
60che fòran vinte da novelle spose.
     La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
sí ne lo aspetto de le vive luci,
63e ciò che vien di retro a lor non guardi?»