Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/291

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purgatorio - canto xxix 285

     Genti vid’io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
66e tal candor di qua giá mai non fúci.
     L’acqua splendeva dal sinistro fianco,
e rendea a me la mia sinistra costa,
69s’io riguardava in lei, come specchio anco.
     Quand’io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
72per veder meglio ai passi diedi sosta,
     e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
75e di tratti pennelli avean sembiante;
     sí che li sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
78onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
     Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
81diece passi distavan quei di fuori.
     Sotto cosí bel ciel com’io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
84coronati venien di fiordaliso.
     Tutti cantavan: «Benedicta tue
ne le figlie d’Adamo, e benedette
87sieno in eterno le bellezze tue!»
     Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
a rimpetto di me da l’altra sponda
90libere fur da quelle genti elette,
     sí come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
93coronati ciascun di verde fronda.
     Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
96se fosser vivi, sarebber cotali.
     A descriver lor forme piú non spargo
rime, lettor, ch’altra spesa mi strigne,
99tanto ch’a questa non posso esser largo: