Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/292

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286 la divina commedia

     ma leggi Ezechiel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
102venir con vento e con nube e con igne;
     e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo ch’a le penne
105Giovanni è meco e da lui si diparte.
     Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, triunfale,
108ch’ai collo d’un grifon tirato venne.
     Esso tendeva in su l’una e l’altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
111sí ch’a nulla, fendendo, facea male.
     Tanto salivan che non eran viste;
le membra d’oro avea quant’era uccello,
114e bianche l’altre, di vermiglio miste.
     Non che Roma di carro cosí beilo
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
117ma quel del Sol saria pover con ello:
     quel del Sol che, sviando, fu combusto
per l’orazion de la Terra devota,
120quando fu Giove arcanamente giusto.
     Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando: l’una tanto rossa
123ch’a pena fora dentro al foco nota;
     l’altr’era come se le carni e l’ossa
fossero state di smeraldo fatte;
126la terza parea neve testé mossa;
     e or parevan da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
129l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
     Da la sinistra quattro facean festa,
in porpora vestite, dietro al modo
132d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
     Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
135ma pari in atto ed onesto e sodo: