Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/312

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306 la divina commedia

     Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
102quelle scovrire a la tua vista rude».
     E piú corrusco e con piú lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
105che qua e lá, come li aspetti, fassi,
     quando s’affisser, sí come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
108se trova novitate o sue vestigge,
     le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
111sovra suoi freddi rivi l’Alpe porta.
     Dinanzi ad esse Eufratès e Tigri
veder mi parve uscir d’una fontana,
114e, quasi amici, dipartirsi pigri.
     «O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
117da un principio e sé da sé lontana?»
     Per cotal priego detto mi fu: «Prega
Matelda che ’l ti dica». E qui rispose,
120come fa chi da colpa si dislega,
     la bella donna: «Questo e altre cose
dette li son per me; e son sicura
123che l’acqua di Letè non liel nascose».
     E Beatrice: «Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
126fatt’ha la mente sua ne li occhi oscura.
     Ma vedi Eunoè che lá deriva:
menalo ad esso, e come tu se’ usa,
129la tramortita sua virtú ravviva».
     Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui,
132tosto che è per segno fuor dischiusa;
     cosí, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
135donnescamente disse: «Vien con lui».