Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/425

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paradiso - canto xxiii 419

     «Io sono amore angelico, che giro
l’alta letizia che spira del ventre
105che fu albergo del nostro disiro;
     e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
108che piú la spera suprema perché li entre».
     Cosí la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
111facean sonare il nome di Maria.
     Lo real manto di tutti i volumi
del mondo, che piú ferve e piú s’avviva
114ne l’alito di Dio e nei costumi,
     avea sopra di noi l’interna riva
tanto distante, che la sua parvenza,
117lá dov’io era, ancor non appariva:
     però non ebber li occhi miei potenza
di seguitar la coronata fiamma
120che si levò appresso sua semenza.
     E come fantolin che ’nver la mamma
tende le braccia, poi che ’l latte prese,
123per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
     ciascun di quei candori in su si stese
con la sua fiamma, sí che l’alto affetto
126ch’elli avíeno a Maria mi fu palese.
     Indi rimaser lí nel mio cospetto,
Regina coeli ’ cantando sí dolce,
129che mai da me non si partí ’l diletto.
     Oh quanta è l’ubertá che si soffolce
in quelle arche ricchissime, che foro
132a seminar qua giú buone bobolce!
     Quivi si vive e gode del tesoro
che s’acquistò piangendo ne lo esilio
135di Babilòn, ove si lasciò l’oro;
     quivi triunfa, sotto l’alto filio
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
138e con l’antico e col novo concilio,
     colui che tien le chiavi di tal gloria.