Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/427

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paradiso - canto xxiv 421

     «O santa suora mia, che sí ne preghe
divota, per lo tuo ardente affetto
30da quella bella spera mi disleghe»:
     poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzò lo spiro
33che favellò cosí com’io ho detto.
     Ed ella: «O luce eterna del gran viro
a cui Nostro Signor lasciò le chiavi,
36ch’ei portò giú, di questo gaudio miro,
     tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede
39per la qual tu su per lo mare andavi.
     S’elli ama bene, e bene spera, e crede,
non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
42dov’ogni cosa dipinta si vede;
     ma perché questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a gloriarla
45di lei parlare è bon ch’a lui arrivi».
     Sí come il baccellier s’arma e non parla,
fin che ’l maestro la question propone,
48per approvarla, non per terminarla,
     cosí m’armava io d’ogni ragione,
mentre ch’ella dicea, per esser presto
51a tal querente e a tal professione.
     «Dí, buon cristiano, fatti manifesto:
fede che è?» Ond’io levai la fronte
54in quella luce onde spirava questo;
     poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi, perché io spandessi
57l’acqua di fuor del mio interno fonte.
     «La Grazia, che mi dá ch’io mi confessi»
comincia’ io «da l’alto primopilo,
60faccia li miei concetti bene espressi».
     E seguitai: «Come ’l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
63che mise teco Roma nel buon filo,