Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/461

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paradiso - canto xxxi 455

     E «Ov’è ella?» subito diss’io.
Ond’elli: «A terminar lo tuo disiro
66mosse Beatrice me del loco mio;
     e se riguardi su nel terzo giro
dal sommo grado, tu la rivedrai
69nel trono che suoi merti le sortiro».
     Senza risponder, li occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona
72reflettendo da sé li eterni rai.
     Da quella region che piú su tona
occhio mortale alcun tanto non dista,
75qualunque in mare piú giú s’abbandona,
     quanto lí da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea, ché sua effige
78non discendea a me per mezzo mista.
     «O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
81in inferno lasciar le tue vestige,
     di tante cose, quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
84riconosco la grazia e la virtute.
     Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
87che di ciò fare avéi la potestate.
     La tua magnificenza in me custodi,
sí che l’anima mia che fatt’hai sana,
90piacente a te dal corpo si disnodi».
     Cosí orai; e quella, sí lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
93poi si tornò a l’eterna fontana.
     E ’l santo sene «Acciò che tu assommi
perfettamente» disse «il tuo cammino,
96a che priego e amor santo mandommi,
     vola con li occhi per questo giardino;
ché veder lui t’acconcerá lo sguardo
99piú al montar per lo raggio divino.