Pagina:Alighieri, Dante – La Divina Commedia, 1933 – BEIC 1730903.djvu/460

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454 la divina commedia

     Oh trina luce, che ’n unica stella
scintillando a lor vista, sí li appaga,
30guarda qua giuso a la nostra procella!
     Se i barbari, venendo da tal plaga
che ciascun giorno d’Elice si copra,
33rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
     veggendo Roma e l’ardua sua opra
stupefacíensi, quando Laterano
36a le cose mortali andò di sopra;
     io, che al divino da l’umano,
a l’eterno dal tempo, era venuto,
39e di Fiorenza in popol giusto e sano,
     di che stupor dovea esser compiuto!
certo tra esso e ’l gaudio mi facea
42libito non udire e starmi muto.
     E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo vóto riguardando,
45e spera giá ridir com’ello stea,
     su per la viva luce passeggiando,
menava io li occhi, per li gradi,
48mo su, mo giú, e mo recirculando.
     Vedeva visi a caritá suadi,
d’altrui lume fregiati e di suo riso,
51e atti ornati di tutte onestadi.
     La forma general di paradiso
giá tutta mio sguardo avea compresa,
54in nulla parte ancor fermato fiso;
     e volgeami, con voglia riaccesa,
per domandar la mia donna di cose
57di che la mente mia era sospesa.
     Uno intendea, e altro mi rispose:
credea veder Beatrice, e vidi un sene
60vestito con le genti gloriose.
     Diffuso era per li occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio
63quale a tenero padre si conviene.