Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/103

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il forte di fenestrelle 89

Ricominciammo a salire, rincorati, a salire.... a salire.... Ma caspita! Era un quarto d’ora ardito, o gonfio, come dicono i toscani. Non si finiva più. Era troppo oramai. Era un prodigio quella scala. Si sarebbe saliti per tutta la vita, dunque. E appunto mentre si diceva questo, una nuova branca infinita ci si drizzava davanti, di centinaia di scalini, soffocata da una vòlta bassa e lugubre che s’immergeva in una oscurità lontana di spelonca.... Abbiamo da continuare, ci domandammo con voce fioca, seguitando a salire, dobbiamo crepare onoratamente per via, o affrontar l’infamia di una seduta? — Ci siamo, finalmente! — gridò in quel momento il nostro duca, da una porta altissima, segnata da una riga luminosa. E allora lo raggiungemmo in pochi minuti, ed uscimmo all’aria aperta, sopra uno spianato battuto dal sole, in faccia alle montagne; e alzando gli occhi per cercar la cima del forte, ci vedemmo dinanzi un’altra serie sterminata di scale, che si perdevano in mezzo alle rocce.



Per qualche momento tutto quel bianco delle pietre battute dal sole ci levò il lume degli occhi. Poi ripigliammo la salita per la scala chiamata reale, costrutta sopra la vòlta della strada coperta; una bella scala di pietra da taglio, per la quale salivano i re di Sardegna, andando a visitare i forti della cima. Neanche quella salita era dolce; ma per la varietà degli