Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/104

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90 alle porte d’italia

spettacoli, piacevolissima. Si passò in mezzo a un gruppo di case, simile a un villaggio, con la sua chiesetta imbiancata, per vicoli tortuosi fiancheggiati d’alti muri, per anditi umidi e bui, per piazzette allegre, piene di luce, sempre salendo; e poi si attraversò un luogo stranissimo, cento volte più strano e più bello delle più bizzarre immaginazioni dei romanzieri medievali. Da un passaggio oscuro, aperto dentro a una roccia isolata, si riesce sopra un ponte levatoio, da cui si vedono precipitare a destra e a sinistra, sotto gli archi di due capponiere aeree, i fianchi ripidissimi del monte giù fino a una profondità dove non arriva lo sguardo; e passato il ponte, s’entra in un altro passaggio oscuro, scavato in un’altra roccia isolata e murata come un castello, dalla quale si sbocca sopra un altro ponte levatoio, disteso come il primo tra due abissi, in mezzo ad altre due capponiere sospese nel vuoto; e poi da capo un’altra roccia, e poi di nuovo un altro ponte: tre bicocche solitarie di tre feudatari fratelli, alleati, ma diffidenti. Del rimanente non si raccapezza nulla. I magazzini, le casematte, le batterie, le scale oblique, i passaggi, gli sbocchi, presentano una tale apparenza di confusione, che neanche un ingegnere militare, in una rapida visita, credo ne caverebbe molto costrutto. Si sale, si sale sempre: questo lo ricordo assai bene. Per le porte semiaperte si vedono i magazzini pieni riboccanti di granate cilindriche, di granate sferiche, di scatole di mitraglia, di shrapnel, di bombe, che han l’aria d’aspettare, annoiandosi, il giorno di far del chiasso.