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98 alle porte d’italia

cogli occhi socchiusi, a fare il gattone, godendosi il caldo del sole. Ma vi consiglio di lasciarlo in pace. Come dev’esser bello, come deve tramutarsi tutto in un lampo al primo sentore della polvere! Ecco, un brivido acuto trascorre dal forte delle valli giù fino al fortino di Carlo Alberto, un ronzìo come di enorme alveare si spande per tutti i meati, i soldati precipitano e risalgono per le cento scale come caprioli, i cannoni di rinforzo s’arrampicano rumoreggiando su per la strada coperta, i colossi di acciaio avanzan la testa sui precipizi, le feritoie si animano di sguardi umani, i fili elettrici parlano, le casematte si spalancano, i ponti cigolano, le bandiere s’innalzano, mille occhi e mille mani scrutano, tastano, raffermano, serrano, sbarrano.... E poi succede un profondo silenzio, nel quale tutti si scambiano con lo sguardo un solo pensiero: — Fino alla morte!



Di lassù si ridiscese alla ridotta di Sant’Elmo, in compagnia di alcuni bravi sott’ufficiali, e si entrò in una curiosa cantina formata da uno stanzone lungo e affumicato, con un palco a tetto di grosse travi, bassissimo, da cui spenzolavano delle pelli di capra piene di vino: un quissimile d’osteria da quadro fiammingo, tenuta da un cantiniere singolare, un tipo da Steen, punto cerimonioso, come s’addice a un cantiniere di fortezza, e grave, come se avesse proprio lui nelle tasche le chiavi delle porte