Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/111

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il forte di fenestrelle 97

dando al basso, sprigionar la mente dall’immaginazione d’una lotta tremenda, tanto ogni forma e ogni aspetto del mostruoso edifizio esprime possentemente la minaccia, la resistenza e la morte. Sempre par di sentire ruggire di sotto le batterie, o di veder tra le rocce e le casematte rimbalzare le granate degli assedianti sollevando tempeste di schegge, e soldati boccheggiar per le scale, e giù nella valle, e pei fianchi dei monti, saltar in aria cassoni d’artiglieria, e masse di truppa sbaragliarsi urlando per i boschi, sparsi d’affusti stritolati e di membra umane. E si gode a pensare che tutta quella forza immobile e salda, che quella montagna pregna di fulmini, è nostra, veglia alle porte di casa nostra, pronta a vomitare l’inferno al primo grido d’allarme. Si gode a palpare amorevolmente le pietre della cannoniera a cui s’è appoggiati, estendendo la carezza col pensiero a tutto il lunghissimo mostro accovacciato, e dicendogli: — Buona guardia, vecchio gigante solitario. — Ma non è già solitario il vecchio gigante. La sua solitudine non è che apparenza. Egli ha delle corrispondenze segrete e degli accordi misteriosi. Ha dei fratelli, dei figli, delle avanguardie ardite, delle vedette perdute nelle nebbie, delle sentinelle morte che sporgono il capo fra le bricche lontane, una famiglia invisibile di là, muta e vigilante come lui; e ad un cenno suo, altre cime di monti lampeggiano, altri dirupi fumano, altri valloni rimbombano. Ah! è un’orchestra bene affiatata, un concerto, vi assicuro io, da far tremare le budella in corpo anche ai più arditi. Ora sta qui, mogio,

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 7