Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/110

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96 alle porte d’italia

rucche scarmigliate dai disagi del viaggio; cortigiani malfidi o insolenti dei Re di Sardegna, scortati dai classici lucernoni dei carabinieri; e la folla vermiglia e triste dei Garibaldini di Aspromonte; e frammisti a tutti costoro, centinaia d’ufficiali d’ogni età e d’ogni corpo, mandati in villeggiatura a Fenestrelle a meditare il regolamento di disciplina, seguiti per via da sospiri dolorosi di babbi, di creditori e d’amanti.... Che bel luogo, per bacco, proprio fatto apposta per venirci a espiare i peccati del carnovale! Che paturne tutti quei poveri uffiziali, quando guardavano col viso contro i vetri la neve che calava a fiocchi serrati sulla valle bianca e deserta, pensando alle belle signore del Teatro Regio e ai veglioni chiassosi dello Scribe!



Levammo il cannocchiale dalla cannoniera, e ci rimettemmo a guardare la fortezza, la quale è anche più bella e più strana vista di lassù, che guardata dal basso. Si vedon tutte quelle rocce e quei muri che vanno giù come a salti, a trabalzi, a brusche svoltate, presentando mille angoli e scorci di ridotte, di piattaforme, di ponti, di vòlte, di strade tortuose, di fossati profondi, ma così tutto erto, stretto, chiuso, spaurevole che a un nemico d’Italia salito là, dovrebbe riuscir molesto fino il pensiero di avere un giorno tra i suoi rampolli un generale incaricato dell’investimento. Non è possibile, guar-