Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/115

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il forte di fenestrelle 101

di piccole curiosità sospette, di piccole diffidenze e di dispetti, che è quasi continuo fra le terre confinanti di due grandi Stati, anche in tempo di buon’armonia. Vi si parla quasi sempre della guerra, come d’un avvenimento non solo probabile, ma vicino. E ciascuno vigila per conto proprio. Il servizio d’informazione si compie spontaneamente con una così oculata prontezza, che se un forestiero di dubbio aspetto fa colazione la mattina alle nove in un’osteria del confine, al forte si sa che cos’ha mangiato prima del cadere del sole. Il forte è l’oggetto di tutti i discorsi, l’argomento che casca sul tappeto a tutti i propositi, l’immagine che s’alza dietro a tutte le immagini, come nei villaggi marittimi il mare. I fenestrellesi lo guardano e lo accennano con un’espressione mista di rispetto, di affetto e d’alterezza. Sono ancora vecchi piemontesi del tempo di Vittorio Amedeo II e di Carlo Emanuele III, affezionati ai loro monti, alteri delle loro tradizioni, soldati in ispirito, devoti alla dinastia, e bevitori cordiali di un vino limpido e schietto, che fa sgorgare dai loro cuori in note stridule e gaie la canzone patriottica dell’Assietta. Con che piacere siamo stati un’ora in mezzo a loro, a sentirli ragionar della difesa d’Italia con un sentimento di fede e di orgoglio! E come son belli sempre quei piccoli alberghi di cittaducce solitarie, coi loro cortiletti ingombri di barroccini colle stanghe all’aria, pieni di gente e di strepito all’arrivo delle diligenze, e profumati di arrosto e di fieno, e risonanti di latrati di cani e di nitriti di cavalli. Quando si riparte a notte fitta,