Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/116

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102 alle porte d’italia

con la lanterna accesa e con le coperte sulle ginocchia, le schioccate d’avviso del vetturino fan sempre nascere un rimescolio: i bimbi accorrono, gli avventori s’affacciano alle finestre col tovagliolo al collo, le ragazze della casa vengono ad augurare il buon viaggio, e i saluti hanno qualche cosa di cordiale e di poetico, che non si ritrova da nessuna parte viaggiando per le strade ferrate. Questo dicevamo, il mio amico ed io, percorrendo rapidamente la lunga via maestra di Fenestrelle, allegri e soddisfatti della nostra giornata; ma lo spettacolo della enorme fortezza nera che disegnava i suoi contorni superbi sul cielo stellato, ci fece tacere improvvisamente. E s’espresse forse nell’animo di tutti e due con le parole medesime il saluto silenzioso che le mandammo entrando nell’oscurità della valle. Addio, bella ròcca italiana, baluardo fidato delle nostre Alpi! Noi forse non ti vedremo più. Ma tu starai dopo la nostra vita, e dopo quella dei nostri figli, e dei figli loro, guardiano immobile e superbo della nostra indipendenza e del nostro onore. Affòrzati ancora, e continua a dilatar le tue membra, come un adolescente titano. E se verrà il giorno della prova, possa essere per te un giorno di gloria splendida e pura come la neve delle tue montagne quando vi batte il sole di primavera, e il tuo nome diventi sacro alla patria, e da tutti i cuori d’Italia si levi il grido della gratitudine a benedire le pietre dei tuoi bastioni e il sangue dei tuoi difensori.