Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/127

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emanuele filiberto a pinerolo 113

quello straniero. Era un colosso, con l’eleganza leggiera d’un giovanetto; i suoi occhi fulminavano, e la sua voce accarezzava; aveva le membra d’un Ercole, e non faceva sentire il suono del suo passo. Passati i primi giorni, quando si presentava nel vano della porta, ch’egli riempiva tutto, e restava un momento immobile con la cappa sul braccio, chinando il mento sul collaretto di trina di Venezia, che gli si allargava sul giustacuore nero, Evelina provava una sensazione nuova e quasi dolorosa, come di due piccole ali che si agitassero rapidissimamente dentro al suo seno. E n’era quasi sdegnata con sè stessa. Il pensiero della grande diseguaglianza che era fra loro di fortuna, di nome, di famiglia, di tutto, le faceva scattare dentro tutte le forze ribelli del suo orgoglio di donna; di quell’orgoglio che soffoca e nasconde come una vergogna l’affetto senza speranza, sul quale potrebbe cader l’accusa di ambizione sciocca e impudente. Il Benavides, dal canto suo, compreso della riservatezza delicata che gli imponeva in quella casa la superiorità del suo stato e la nobile prestanza della sua età ancor giovanile, nascondeva di proposito anche quel naturale sentimento di simpatia tranquilla che la ragazza gli ispirava, e che ad ogni uomo è permesso di esprimere, o di lasciar indovinare, a qualsiasi donna. Il suo aspetto e i suoi modi non significavano che una gentilezza seriamente rispettosa, la quale avrebbe reso impossibile ogni illusione anche nel cervello di una señorita meno assennata e meno dignitosa di Evelina. Egli aveva l’aria di frequen-

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 8