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vano; — noi siamo nati sotto un cattivo pianeta: Pinerolo verrà alla coda; ha da passarle davanti fin l’ultimo villaggio del Monferrato. — Sarebbe stato tempo nondimeno, per l’anima di San Donato! In quei trentotto anni di dominazione straniera, quel povero paese, trattato come territorio militare, soggetto a mille danni, trascurato dal Governo in tutto quello che non riguardava la difesa, minacciato di giorno in giorno dalla guerra, era caduto in una grande miseria. Molti edifizi di Pinerolo erano stati distrutti per ristringere la cerchia dei bastioni. La popolazione della campagna era scemata. Le industrie e le arti erano a terra. L’inquietudine, l’incertezza d’ogni cosa disamorava la gente dal lavoro, distoglieva le famiglie dal risparmio, scoraggiava i privati facoltosi da ogni impresa utile, e l’infelicità del paese era sentita anche più dolorosamente da tutti per effetto del confronto che si faceva con le altre provincie del Piemonte, le quali s’andavano rialzando rapidamente sotto l’amministrazione saggia e vigorosa del Duca di Savoia. Oltrechè, — i cittadini colti lo vedevano, — quella dominazione francese nè violenta nè mite, quell’aspettazione continuamente delusa, quel tirare avanti così alla stracca una vita ambigua e bastarda nè di francesi nè d’italiani, snaturava il carattere del popolo, sfibrava la sua virilità e corrompeva la sua coscienza. In altri pochi anni di quello stato tutto sarebbe infracidito. E ad ogni nuovo barlume di speranza, la città fremeva di desiderio e d’impazienza. Ma questa volta pure, passato il primo fremito, i giorni succe-