Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/141

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emanuele filiberto a pinerolo 127

parve il notaro ansante, con una notizia solenne sul viso.

— Pinerolo è resa al Duca! — urlò alzando le braccia. Evelina gettò un grido dall’anima e gli saltò al collo d’un balzo.

— E il Duca.... — soggiunse il padre col fiato grosso, mettendo le mani sulle spalle della figliuola, e parlandole nel viso: — Il Duca....

— Viene! — gridò Evelina.

— Viene! — gridò il vecchio, buttando il cappello a traverso la stanza e lasciandosi cadere spossato sopra una sedia.

La ragazza si mise a ridere, poi si fece seria un momento, poi di nuovo rise, e poi ruppe in un singhiozzo violento e cadde in ginocchio davanti a sua madre e le nascose il viso nel seno.

Per un minuto nessuno parlò; non s’udiva che la respirazione asmatica del vecchio, e il singhiozzo soffocato di Evelina, a cui la madre carezzava le treccie e le spalle. Poi, mentre il Benavides, ritto in piedi, commosso, avvolgeva e riavvolgeva collo sguardo la ragazza, lunga e nobilissima in quel suo atteggiamento abbandonato di bella donna e di bella bambina, e cercava inutilmente una parola che le potesse dire fra le mille che avrebbe voluto dirle; il trionfante signor Giovanni Battista Lombriasco, dimentico per la prima volta del rispetto dovuto all’ospite, si mise a passeggiare in lungo e in largo per la stanza, gesticolando e declamando.

— Ah’ finalmente. È venuto, dunque, il benedettissimo giorno! Siamo liberi e siamo pie-