Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/142

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128 alle porte d’italia

montesi, siamo in casa nostra, siamo gente di questo mondo, adesso! Li vedremo partire una volta. Abbiamo finito di sentir suonare gli speroni francesi sui ciottoli di piazza San Donato! E non si può dire che non fosse tempo, per l’anima.... del Beato Amedeo! Eran trentasei anni che la commedia durava, dovete sapere! E possiamo dire d’averne viste passare, in questi quattro giorni, delle faccie antipatiche di governatori e di siniscalchi e di spillaquattrini d’ogni colore, che il diavolo se li porti! Quel generale Vassè che aveva un pino delle Alpi nel corpo! E quel signor Carlo di Cossé, signore di Brissac, che aveva l’aria di guardarci dalla sommità del Monviso! E quel famoso Re da torneo, quel gran giuocatore di palla, che ci degnò di una visita, coi nastrini della sua bella sul petto, quel caro Henri deux, che ci affamava e non voleva sentir parlare di miserie! E il duca di Nevers, che sia benedetto con una sbarra di ferro, l’eccellentissimo signor Luigi di Gonzaga, duca di Nevers, governatore del Marchesato di Saluzzo, di Pinerolo e di Savigliano, che minacciò di tagliarsi la testa se il Re di Francia rendeva le terre al Duca, speriamo che manterrà la parola, ora, da quel gentiluomo onorato che s’è sempre vantato d’essere! Ah! ah! Ce n’est pas un conseil décent! Birboni! A che stato ci avevan ridotti! È finita, dunque! Così è — concluse poi solennemente voltandosi verso il Benavides che aveva già tentato invano d’interromperlo, e verso la ragazza che s’era rialzata vermiglia e radiante: — Sua Maestà Enrico III, re di Francia e di Polonia, ha