Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/148

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134 alle porte d’italia

pei sindaci, pei capitani, per gli staffieri, per le guardie; fece allestire centinaia di bandiere savoiarde: tutto doveva essere a lutto per la morte della duchessa Margherita. La città era sottosopra; nascevano litigi accaniti per la rappresentanza e per i posti di ricevimento; per tutto si lavorava a preparare stendardi, ghirlande, corone; quanti fiori era possibile trovare a quella stagione nei dintorni della città e nelle valli e sulle montagne, le rose di Bengala, i leontopodii, gli eliotropii d’inverno, le viole a ciocche, i capelli di Venere, il lauro nobile, l’ellera, l’agrifoglio, i rami di pino selvatico dei monti di Talucco e di Cumiana, tutto fu ansiosamente cercato, disputato, pagato, e centinaia di mani bianche s’affaticavano a intrecciare e a trapungere; mentre per le vie insolitamente rumorose andavano e venivano consiglieri, operai, archibugieri, militi provinciali ancora mezzo vestiti da paesani, contadini carichi di fascine e di legna per i fuochi di gioia, processioni di ragazzi con le coccarde dai colori di Savoia; e al disopra dello strepito dei crocicchi, s’alzava la voce acuta dei banditori del Comune ad annunziare fra cento altre cose “che nissuno habi da andar incontro a Suoa Altezza a cavalo, salvo queli quali saranno domandati et avvertiti, sotto pena di venticinque scudi„. Eran giorni tumultuosi, febbrili e felici. Si capisce. Non era soltanto un capitano possente e fortunato che aveva empito l’Europa del suo nome, non era solamente il vincitore di San Quintino colui che doveva entrare a Pinerolo: era un monarca sapiente e bene-