Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/149

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emanuele filiberto a pinerolo 135

fico, che aveva compiuto con una perseveranza maravigliosa, in trent’anni di fatica e di pericolo, l’opera gigantesca della ricostituzione dei suoi Stati; che aveva rinsanguato la sua Casa, ridata una nuova gioventù, aperta un’età nuova d’immense speranze al suo popolo, mentre le altre Provincie d’Italia, come invecchiate, e richiuse pigramente in sè medesime, pareva che non pensassero più all’avvenire; era un Principe che rientrava nella città ch’egli aveva più lungamente desiderata, e per la quale aveva messo più duramente e più mirabilmente alla prova la sua costanza e il suo ingegno; e ci veniva di quarantasei anni, nel colmo della sua forza e della sua gloria, e reso più venerabile e più sacro da un grande dolore.



Quel capo armonico di cugino, col suo naso rincagnato, trovava che il Consiglio “faceva troppo;„ che tutto quello spreco di “danaro pubblico„ sarebbe stato a mala pena giustificabile quando con Pinerolo e Savigliano fosse venuta anche Saluzzo; ma non si curava neanche più di stuzzicare la ragazza, tanto la vedeva da un pezzo indifferente ad ogni cosa che le potesse dire. Solamente, egli aveva adottato, per quando si parlava delle feste, un sorriso leggermente compassionevole, che cercava di mettere in vista. Evelina, a quando a quando, si sentiva dentro degli impeti di una gioia immensa. La proposta che uno dei venticinque