Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/173

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la ginevra italiana 159

della proprietà letteraria. — Tutto spira un’aria d’abbondanza là attorno, e di vita grassa e contenta; l’aria d’un paese in cui non ora soltanto, ma da tempo immemorabile regni una pace da Bengodi, non stata mai turbata fuorchè dalle schioppettate dei cacciatori di quaglie.... Ma è un puro inganno di quel bel verde impostore, che dà l’aspetto innocente a ogni luogo. Dov’è ora la chiesetta bianca, ci fu per secoli un castellaccio; intorno alla cittadina graziosa girava una rude cintura di bastioni; e dal tempo che vi apriva la testa a mazzate la soldataglia dei feudatarii fino al giorno in cui il marchese di Parella vi vendicò il carnaio di Cavour, macellando il presidio francese venuto da Pinerolo, anche qui corse sangue sopra sangue, e s’ammontarono ossa su ossa. La strada ferrata passa appunto a sinistra dell’altura dove piantò il suo quartier generale Carlo Emanuele I, nel 1594, quando strinse d’assedio Bricherasio, difeso dai francesi, con quel suo poderoso e strano esercito composto di piemontesi e di svizzeri, di borgognoni e di spagnuoli, di milizie di Pinerolo e di Barge, e di milanesi, accampati tutt’intorno, lungo le rive del Chiamona e del Pellice. L’accampamento del duca occupava lo spazio coperto ora da un ricco vigneto: era come un piccolo castello di tela e di legno, formato da alti padiglioni conici, congiunti fra loro, con una piazzetta nel mezzo; e gli s’alzavano accanto da una parte le tende del Conte di Marino e di don Amedeo di Savoia, e dall’altra, altre innumerevoli tende e padiglioni bianchi,