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176 alle porte d’italia

di compiacenza vanitosa nel suo viso, benchè mi vedesse pigliar delle note mentre parlava. — Signori, comandano altro? — domandò quand’ebbe finito, come avrebbe detto ai suoi superiori dopo una relazione di servizio. E dataci una forte stretta di mano, se n’andò senza cerimonie, serio come sempre, quasi triste, verso la sua botteguccia.



Quando uscimmo, la valle era tutta piena di sole, il paese faceva la sua siesta, mezzo insonnito, dentro al suo grande letto verde, sotto la vigilanza guerriera del Vandalino, la sentinella gigantesca delle valli, la quale da qualunque parte ci trovassimo, pareva che ci s’alzasse sopra il capo. Quello, e tutti gli altri monti circostanti, così ridenti alle falde, si fanno terribili di forme e di memorie, innalzandosi. Nei loro fianchi s’aprono caverne spaventevoli, covi antichi di saraceni, e poi ricetto di valdesi cercati a morte, convertite in stanze di tortura e in sepolcri. Ma la vegetazione è così folta, florida, allegra, che le memorie sinistre dei luoghi vi rimangono sotto soffocate. Per un buon tratto, camminando, non vedemmo altro che verde e azzurro. Il terreno saliva dolcemente. Quasi senza avvedercene, ci trovammo sopra un bel poggio, al confluente del Pellice con l’Angrogna, dove sorgeva la torre famosa, che diede nome al paese, e un castello disputato per lungo tempo tra Francia e Savoia, e