Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/189

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la ginevra italiana 175

ottien quasi sempre l’effetto di “far perder la testa„ ai bricconi, che rimangon lì, intontiti e immobili, senza neanche l’idea della resistenza; e diceva questo a voce bassa e concitata, fissando nel muro i suoi assassini immaginarii, con l’occhio scintillante, come se li vedesse davvero. Poi riferiva gl’interrogatorii imperiosi, che faceva agli arrestati, per confonderli; con una tale efficacia di espressione li ripeteva, che a un certo punto del racconto, sentendomi una sua mano sul ginocchio, e vedendo i suoi grandi occhi fissi nei miei, mentre mi domandava viso a viso, con quel vocione: — E i mezzi di sussistenza? — rimasi un momento imbarazzato, e quasi lì lì per rispondergli, timidamente: — Ma.... non so.... m’ingegno.... — Parlava a cuore aperto, facendo comprendere, senza esprimerli, tutti i suoi sentimenti più intimi, vedere tutto il fondo della sua semplice natura: e non si può dire la rettitudine d’animo, l’abborrimento profondo del delitto, lo sdegno superbo della viltà, il nobile concetto del proprio ufficio, il forte e netto sentimento del dovere e dell’onore, che si rivelava dalle sue parole, dal suo accento, dal suo viso. Non pareva un semplice carabiniere che parlasse, in certi momenti, ma un giudice, che so io? uno di quegli austeri monaci antichi, incolti, ai quali la fede illuminava l’intelletto; tanto il suo parlare era grave, nonostante la scorrettezza, e sensato, fermo, dettato da una coscienza onesta, e da un cuore forte, sano e generoso. E non un’ombra di vanteria nel suo discorso: si sarebbe giurato sulla verità assoluta d’ogni parola; non un lampo