Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/215

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le termopili valdesi 201

in alcuni punti ci passerebbe appena una compagnia schierata, o quattro file di soldati da una parte, e quattro dall’altra del torrente. Dalla strada in giù tutto era ancora nell’ombra. Dopo pochi minuti di cammino, vedemmo uno spettacolo bellissimo: a destra, davanti a noi, sulla cima di tre alture successive, ancora immerse quasi nell’oscurità, una chiesa valdese, una chiesa cattolica, e poi una seconda chiesa valdese, l’una dietro l’altra, bianche, inargentate dal sole, che pareva che splendessero, e solitarie in mezzo a una vegetazione cupa foltissima, che copriva ogni cosa d’intorno. Nella valle, un silenzio profondo: non un’anima viva nè per la via, nè sulle alture, nè per i fianchi dei monti, nè in basso. Solo i colpi affrettati del maglio d’un opificio, che non vedevamo, empivano di tratto in tratto la valle d’un fracasso assordante, il quale, cessando, faceva parer più alto il silenzio. I monti essendo squarciati a brevi distanze da valloni scoscesi per cui precipitano dei rigagnoli e dei torrentelli fin giù nel letto dell’Angrogna, la via gira dentro a ciascuno di questi valloni, nell’ombra, passa sopra un ponticello, riesce fuori sul fianco esterno del monte, al sole; poi daccapo rientra nell’ombra, poi esce al sole un’altra volta, e così avanti, con un serpeggiamento serrato e regolare, che fa cangiar veduta a ogni passo. E quei valloni sono così profondi, oscuri, umidi, affollati di vegetazione, che entrandovi e uscendone, par di passare di punto in bianco dal pieno giorno alla notte e dalla notte al giorno, e si è presi da un brivido ad ogni svoltata. Si