Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/244

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230 le termopili valdesi

si può dire, per i loro monti, come stormi di aquilotti, quasi non faticando, senz’altra cura che d’offendere e di difendersi, pronti sempre a cader sul nemico quando era impigliato in un passo difficile, a sfuggirgli, a svanirgli sotto le mani quando era sul punto d’afferrarli, a profittare di tutti i suoi momenti d’incertezza e di spossamento, per sopraffarlo e scompigliarlo con dei temerarii ritorni improvvisi, che non gli davan tempo di ritrovarsi. Si facevano ben precedere, i cattolici, da un piccolo numero di soldati che cercassero i passi più agevoli e le discese meno pericolose; ma questi erano assaliti inaspettatamente da gente appostata dietro ai macigni, si vedevan sorgere d’intorno degli spettri sbucati fuor dalla terra, dai quali erano uccisi o messi in fuga prima di riaversi dallo stupore, e prima che la colonna arrivasse in vista della mischia. Arrivava anche sovente una colonna, senza incontrar resistenza, e senza vedere nemici, a conquistare un luogo eminente, in cui le pareva di non aver più nulla a temere dall’alto; ma era un’illusione: dopo brevi minuti, essi sentivan sul proprio capo le grida e i sassi dei Valdesi, che eran saliti non visti, a breve distanza da loro, per le incavature e dietro ai massi della montagna, fin sopra un’altura che li dominava, e che sarebbe stato pazzia l’assalire. — A la brua! — Alla cima! — La vittoria è in alto! — era la loro parola d’ordine, il loro grido di guerra in tutti quei combattimenti. Mettere il nemico sotto i propri piedi. Apparirgli improvvisamente sul capo, come in pianura si cerca d’apparirgli