Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/245

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le termopili valdesi 231

improvvisamente al fianco. Ogni capo di manipolo aveva l’occhio d’un grande capitano in quei luoghi dei quali conosceva ogni arbusto e ogni pietra. Venticinque montanari, messi a difesa d’una viottola strozzata fra due roccie, o fra una roccia e il torrente, tenevano indietro una colonna di cinquecento soldati, dando tempo al grosso delle loro forze di sbarazzarsi delle altre colonne. Dove la difesa era meno facile, alzavan bastioni di terra e di ghiaia; delle barricate formidabili, composte d’una doppia fila di pioli, con dentro alberi e sassi ammucchiati, e neve pesta che empiva ogni vano; la quale, congelandosi dopo una bagnatura d’acqua tepida, formava un solo ammasso di ghiaccio, su cui cadevan di picchio gli assalitori, fulminati a bruciapelo dagli archibugi. I cattolici non potevano ancora portar dei cannoni sopra quei monti. Quando minacciaron di portarli, i Valdesi costrussero un bastione enorme, lungo quasi cinquecento metri, che si vedeva fin dallo sbocco della valle. Quello che non avevano imparato dalla natura, l’avevano imparato via via dalla esperienza; non ignoravano nessuna industria guerresca, non trascuravano alcuna precauzione, facevano una guerra di leoni e di gatti. Camminavan per lunghissimi tratti senza scarpe, per non esser sentiti; salivan su per l’erte con la pancia a terra, per non esser veduti; andavan delle miglia, per la nebbia, a lunghe file, tenendosi per i lembi dei vestiti, per non perdersi; avevano un’abilità maravigliosa a misurar la profondità della neve con le picche, a notte fitta, anche nei luoghi più