Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/246

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232 le termopili valdesi

scoscesi, a sentir l’avvicinarsi del nemico dagli echi, e a riconoscere il suo passaggio dall’erbe e dalle pietre rimosse; erano agguerriti dai dolori e dalla vita selvaggia, resistevano a privazioni inaudite, si cibavan di radici e di carni crude di lupi, mangiavan correndo su per le cime, con l’armi sotto il braccio e le marmitte alla mano; dormivan gli uni su gli altri, sui ghiacci, ammucchiati e serrati, come gruppi di biscie, per non morire di freddo. Quasi tutti maneggiavan le armi meglio dei vecchi soldati. Avevan formato coi giovani più arditi e più forti una compagnia di cento archibugieri, chiamati archibugieri volanti, ciascuno dei quali aveva il colpo quasi sicuro. Avevan dei tiratori di fionda che, a una distanza dove non arrivavan le palle degli archibugi, in tre tiri spezzavano il petto e il cranio ad un uomo. Si servivano anche terribilmente delle pietre, facendole franare dai monti; pochi uomini robusti, appoggiando le spalle e i gomiti alla roccia, e facendo forza coi piedi o con le leve, smovevano, cacciavan giù dei pietroni enormi, che precipitando si rompevano, davan la mossa ad altri pietroni, squarciavan le colonne, spezzavano dei soldati in due, e portavan via braccia e gambe e file intere, sparpagliandosi come scariche di mitraglia, a cui l’angustia dei luoghi rendeva impossibile di sfuggire. Inutilmente, andando all’assalto, i soldati cattolici si facevano schermo coi mantelletti di legno, alti e solidi, o con sacconi di paglia, o con fascine: i grossi pezzi di roccia, venendo giù a orribili salti, con la forza di palle da cannone, travolgevano,