Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/283

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la marchesa di spigno 269

sul seno d’una madre, e voleva ch’io lo coprissi con le mie mani come per proteggerlo. Dio m’ha letto nel cuore: io mi sarei trascinata in terra fino ai piedi del trono, per ottenergli un sollievo! Avrei dato la mia carne a brani per riavere un anno di gioventù e di bellezza! Ma egli m’amava ancora così com’ero, e s’impietosiva per me, dicendosi cagione di tutti i miei dolori, e domandandomi perdono; e allora piangevamo e pregavamo insieme, guardando pei vani dell’inferriata il bel cielo del nostro Piemonte.... E in quei momenti, almeno, non eravamo infelici!

— Fece molti bei regali al monastero, — continuava a dire la superiora, sempre con la stessa dolcezza; — regalò quasi tutti gli oggetti che aveva portati con sè: un bacino e una brocca d’argento, un inginocchiatoio, una tavola d’ardesia nera, che era appartenuta a sua maestà Vittorio Amedeo. Diede alla cappella maggiore una bellissima lampada d’argento, tutta cesellata. Istituì una messa settimanale da celebrarsi nella nostra chiesa il venerdì....

— No, non furono quelli i giorni più tristi. — ricominciò la marchesa; io li rimpiansi, poi. Ci rimaneva ben altro a soffrire, a tutti due. Oh quegli ultimi mesi infelicissimi di Moncalieri! A questo supplizio ero riserbata, di vederlo morire lentamente, perdendo la ragione, ricadendo nell’infanzia. Che orrende sere, quando egli si trastullava a tavolino a giochi di ragazzo, ridendo e cantando, ed io lo stavo a guardare, da un angolo della stanza, per ore ed ore, soffocando i singhiozzi nel fazzoletto, temendo io