Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/282

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268 alle porte d'italia

ad alta voce piangendo, allora tutto l’affetto antico si ridestò in me, un amor nuovo, una pietà immensa, un desiderio di rivederlo, di consolarlo, di gettarmi ai suoi piedi, di dare il mio sangue e la mia vita per lui. Sì, io l’amai allora, più che non l’avessi mai amato, con tutte le mie viscere, con tutte le forze della mia disperazione. E quando mi ricondussero a lui, in quell’eterno viaggio da Ceva a Rivoli, ringraziai Iddio e piansi di gioia. E quando arrivai al castello, e vidi tutte quelle sentinelle, quei fossi, quelle porte murate, quelle finestre a botola, quell’apparato lugubre di carcere, quando, spalancata la porta della sua stanza oscura e triste, me lo vidi correre incontro con le braccia aperte, piangendo come un fanciullo, invecchiato, smagrito, barcollante, sfigurato da due mesi d’angoscia e di delirio, e pure raggiante per un momento dalla contentezza di rivedermi, oh allora sì, allora l’amai, allora gli gettai le braccia al collo con uno slancio d’amore infinito, lo benedissi cento volte, gli domandai perdono dei miei torti, giurai di sacrificare tutta la mia vita a lui, di non aver più sentimento, più pensiero, più respiro che per lui, di non staccarmi dal suo fianco mai più, di essere sua sposa, sua sorella, sua figliuola, sua schiava, e gli abbracciai le ginocchia e gli copersi le mani scarne di baci, singhiozzando da morire. Povero marito mio! Povero mio vecchio re, mio grande Amedeo infelice! Non aveva più che me al mondo, non gli rimaneva più del suo immenso passato che il mio povero amore! Abbandonava la testa tremante sopra il mio seno come