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litudine manzoniana, tanto più che i Cavorresi potrebbero vivere sicuri di non vederla mai riportare in alto da una virtude amica. Ma pure senza la origine meravigliosa, questo enorme blocco di gneiss (celebre fra i naturalisti per i bellissimi cristalli di quarzo affumicato che si ritrovarono nelle crepe delle sue rocce) è una fortuna per il paese: è il suo monumento storico e la sua bellezza, gli fa ombra e fresco d’estate, e lo ripara dai venti australi, e serve di rifugio agli innamorati e di belvedere agli artisti, e frutta di tanto in tanto il desinare d’un mineralista o d’un geologo al Persico reale o alla Posta. (Domandare il fritto di trote.)



La borgata somiglia a tutte le altre borgate del Piemonte: pulita, di colori allegri, nessun monumento, molte osterie. Percorrendo la strada principale riuscimmo nella piazza del mercato. C’era pieno zeppo di gente: delle file di contadine venute da tutti i dintorni, e una doppia processione di uomini e di donne della campagna, pigiati come all’uscita d’una chiesa: per tutto ceste d’ova e di polli, panierone colme di burro, mazzi di capponi alla mano, gabbioni pieni di galline, d’oche, di tacchini, di conigli: una profusione di roba grassa, cicciuta, soda, fresca e sana, ch’era un gusto a vedere. La prima cosa che mi diede nell’occhio furon le polpe colossali di certi preti che passavan tra