Pagina:Alle porte d'Italia.djvu/319

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la rocca di cavour 305


Il buon agronomo, intanto, seduto in disparte sopra un rudero, con le braccia incrociate, e gli occhi rivolti alla campagna, pareva immerso in una profonda meditazione; e il professore ne approfittava per svolgermi intorno una specie di panorama storico della pianura di Pinerolo. Io non dovevo mica lasciarmi ingannare da tutti quei villaggi che si vedevan di là, e che presentavano un aspetto così gaio, in mezzo al loro bel verde. Avevan l’aria di buoni proprietari di campagna e di pastori tranquilli; ma eran tutti vecchi soldati travestiti, coperti di cicatrici e pieni di ricordi terribili. Quel grosso paese che si vedeva là a poche miglia, con quel chiesone rosso, che gli dava un’apparenza di beata pace, Vigone, aveva visto scacciare l’esercito di Carlo Emanuele I dagli ugonotti multicolori del generale Lesdiguières, e subito uno dei più orrendi saccheggi del secolo decimosesto. Ma chi poteva contare i sacchi e le fiammate di quell’anima persa del Lesdiguières? Era stato l’Attila della pianura pinerolese, quel cane di vecchio arciere e di ex leguleio. Non c’era uno di quei poveri paeselli che non fosse stato bollato a fuoco da lui. Così, rabbioso di non aver potuto strappar Carlo Emanuele da Cavour, aveva messo a ruba e a sangue Buriasco, un bel villaggio che io vedevo a destra di Pinerolo, come una piccola macchia rossiccia. È vero che ci son pure molti tristi ricordi di famiglia

De Amicis. Alle Porte d'Italia. 20